Milano Storie

Incontri: Nagwa Hussein, tra Egitto e Italia

Nagwa Hussein

Prima il suo sorriso, poi lo sguardo che brilla mentre mi dice ‘I tessuti mi parlano!’. 
Ho incontrato Nagwa Hussein davanti a una macchina da cucire, durante il laboratorio sartoriale del progetto di design sostenibile Please Sit per Sartoria Migrante di Connecting Cultures al quale abbiamo entrambe collaborato e di cui vi ho già parlato nel blog.  Nagwa era tra i dieci artigiani selezionati, tutti sarti molto bravi, di varia provenienza geografica e di varia età.
Quella di Nagwa, la più grande, era la più vicina alla mia: ha 55 anni, due in meno di me. “Questa esperienza è bellissima: sto imparando tante cose nuove e questo mi fa sentire giovane!”, aveva aggiunto raggiante.
Anche Nagwa, come me, era affascinata dall’evoluzione di un progetto che, grazie alla creatività della designer Denise Bonapace, stava avendo esiti estetici sorprendenti e imprevedibili, come le due sedie a lei assegnate: una delimitata da pareti di tessuto ma aperte sul cielo e un’altra dotata di una coda che, srotolata sotta la seduta, diventa un tappeto.
Incontrandola per i cinque lunedì nel laboratorio sartoriale di Sartoria Migrante ho saputo che Nagwa, in Italia da molti anni, è laureata in Letteratura Araba all’università del Cairo. Ha un marito e tre figli e tutti hanno ottenuto da tempo la cittadinanza italiana. Nagwa è impegnata con Mamme a Scuola un’associazione che favorisce l’integrazione delle famiglie immigrate nella nostra società coinvolgendo le mamme che portano i loro bambini a scuola. È attraverso Mamma e Scuola che Nagwa, insieme con Laila, una signora marocchina che frequenta la stessa associazione, è stata selezionata per il progetto di Sartoria Migrante.

Nagwa Hussein

Nagwa ha voluto nominare la sedia realizzata per Sartoria Migrante ‘Papiro’. Ph. Max Monnecchi

Durante le giornate in laboratorio, la pausa pranzo nella grande cucina di Connecting Cultures era l’occasione per conoscerci tutti un po’ di più. Un giorno, non so perché, la conversazione è caduta sul Ramadan. Si era in tempo di Quaresima ma nessuno di noi cristiani o cattolici la praticava. Mi è venuto spontaneo chiedere a Nagwa, che è musulmana osservante e porta il velo, il senso del loro digiuno: “Per noi è una ritualità importante e la seguiamo tutti in famiglia – mi ha risposto con il suo irresistibile sorriso – . L’obiettivo del Ramadan, come anche nella vostra religione è quello di creare un legame spirituale con Dio attraverso la privazione e il digiuno. Ma il senso altrettanto profondo del Ramadan è quello di sentire solidarietà per le persone che non hanno da mangiare, condividendo la loro sofferenza. Il Ramadan ci insegna ad apprezzare la presenza del cibo e dell’acqua, ad usarli con parsimonia perché sono beni preziosi. Al contempo è un allenamento alla fatica e alla resistenza che ci rende più forti spiritualmente, purificandoci dai cattivi sentimenti”. Sono laica ma ho rispetto per le pratiche religiose e sono rimasta molto colpita dalla comunicazione di Nagwa, dalla sua capacità di trasmettere i valori in cui crede in una maniera così intensa eppure garbata.
È lì che mi è venuta voglia di intervistarla, di raccontare la sua esperienza di donna che ha vissuto metà della sua vita in Egitto e l’altra in Italia, che è musulmana osservante ma che è impegnata come mediatrice culturale. Le ho chiesto così di incontrarci una volta che l’esperienza di Sartoria Migrante si fosse conclusa, davanti a un caffè.
– Nagwa, da quanto tempo sei in Italia?
“Sono arrivata venticinque anni fa seguendo mio marito Tarek che era venuto qui per lavoro. Io dopo la laurea in Letteratura Araba ero impiegata alla Biblioteca Nazionale del Cairo. Qui sono nati i nostri tre figli: Marawan che ha 22 anni, Sherif 18 e Sara di 16”.

Nagwa Hussein

Sempre sorridente: il ritratto di Nagwa è di Max Monnecchi

Parli bene italiano ma mi dicevi che insegni arabo e sei mediatrice culturale.
“Quando sono venuta in Italia non conoscevo la vostra lingua. L’impatto è stato molto impegnativo. Non avevo amici, il monolocale dove abitavo con mio marito era in un edificio abitato solo da uomini. Fortunatamente ho sempre trovato in Italia persone gentili che facevano degli sforzi per comprendermi. Mio marito poi mi portava sempre in giro per Milano e mi spingeva a conoscere la realtà della città. All’inizio ho frequentato una scuola di italiano per stranieri in via Tadino, poi ho imparato la lingua guardando tanto la TV: il telegiornale sempre, i film con Adriano Celentano, i comici italiani che ci piacevano tantissimo, i classici del cinema che trasmettevano il sabato sera, e poi il Maurizio Costanzo Show. Guardavo anche tanti cartoni animati con i miei figli: appena hanno iniziato a parlare, chiedevo a loro il significato delle parole e quando imparavo una parola in italiano con la giusta pronuncia, senza che loro ridessero, io in cambio insegnavo loro una parola di arabo. Dopo la nascita di Sherif ci siamo trasferiti in una casa più grande in via Mac Mahon. A un certo punto Marawan, il mio figlio più grande che andava in prima elementare, mi ha detto che nel nostro quartiere c’era  l’associazione Mamme a Scuola dove veniva insegnato l’italiano alle madri straniere. Ho frequentato i corsi con grande entusiasmo. Lì ho incontrato una bravissima insegnante, Ornella, alla quale devo molto e che è diventata mia amica. Abbiamo cominciato apprendendo l’italiano ma le insegnanti ci davano anche tante altre indicazioni per orientarci meglio nel contesto nel quale vivevamo. Io per esempio volevo lavorare ma Ornella mi ha spiegato che prima dovevo acquisire delle competenze riconosciute. Così siamo andate allo Spazio Rosa di Milano dove abbiamo frequentato un corso di orientamento al lavoro. Tramite la necessità dell’apprendimento della lingua siamo entrate in contatto con tante altre realtà. Ornella ci ha portato quindi all’università di Siena dove ho superato l’esame livello B2. Alla fine dell’esame Ornella attendeva ognuna di noi con una piantina in regalo…”.
Mentre ricorda questo momento Nagwa si commuove. Per sdrammatizzare le dico che comunque chissà quanti esami aveva sostenuto all’università del Cairo: “Sì ma qui ogni cosa che faccio è una sfida. Volevo e voglio fare bella figura. Non solo per me ma anche per la comunità nella quale vivo, per le mie amiche italiane, per le insegnanti. Voglio dimostrare anche ai miei figli di cosa sono capace”.

Nagwa Hussein

L’altra sedia da lei realizzata è chiamata Haudag. Ph. Max Monnecchi

– Ti ho interrotta quando stavi per raccontarmi il tuo impegno come volontaria a Mamme a Scuola…
“Lavoro come insegnante di lingua araba per i bambini e partecipo al laboratorio di cucina, all’atelier di attività manuale e di sartoria, collaboro alle attività accoglienza per le persone del quartiere, organizziamo feste. Siamo donne di tutto il mondo: italiane, arabe sudamericane, la nostra attività è seguita dalla coordinatrice Elisabetta Isola. Mamme a Scuola è la mia occupazione principale insieme alla cura della mia famiglia: il sabato ho le lezioni di arabo, il martedì laboratorio di cucina, giovedì’ atelier di sartoria e bigiotteria. Facciamo tante cose, i sacchetti per Natale, le collane o altre cose a piacere. Ci impegniamo molto perché siamo ambiziose!”.
– Come mai con tuo marito avete lasciato l’Egitto?
“Tarek era un giovane innamorato dell’Europa e cercava un ambiente diverso e più aperto. A Milano ha subito trovato impiego come magazziniere all’Esselunga, dove lavora tutt’ora. In Egitto era laureato in Economia. Siamo venuti qui dopo il matrimonio”.
– Come vi siete conosciuti?
“Entrambe le nostre famiglie sono tradizionali, e da noi ci si conosce attraverso la mediazione di amici o parenti. Nel mio caso ci ha presentati una mia collega della biblioteca che conosceva Tarek e che gli aveva parlato di me. Lui ha cominciato a venire assiduamente in biblioteca, poi siamo stati presentati e piano piano conosciuti prima che chiedesse la mano ai miei genitori”.
– Siete tutti e due di famiglia borghese, vero?
“Sì. Noi siamo in cinque figli, una sorella è insegnante in Arabia Saudita, gli altri vivono in Egitto: un fratello è militare, altri due sono laureati in Economia. Il padre di mio marito era ingegnere alla Egypt Air, un suo fratello è ingegnere, le quattro sorelle sono impiegate. Tarek è laureato ma si è adattato a fare il magazziniere: all’inizio non è stato facile ma è un buon impiego che gli ha consentito di mantenere la famiglia”.
– I tuoi figli  sono nati qui?
“Sì, nati in Italia e cresciuti alla scuola italiana, dall’asilo al diploma. Marawan, il più grande, ha studiato marketing ed economia al Manzoni e parla anche molto bene l’inglese. Sherif studia grafica e comunicazione al Galileo Galilei, Sara è al terzo anno del Manzoni. Sono perfettamente bilingui e da bambini hanno sempre frequentato la scuola di arabo dove io insegno”.
– Ti senti più egiziana o più italiana?
“Metà della mia esistenza è trascorsa in Egitto, metà in Italia. Io adoro l’Egitto, con il mio paese ho un legame indissolubile alimentato dalla nostalgia per la lontananza ma ho costruito la mia famiglia qui, i miei figli vivono la loro vita qui e io vado avanti con loro. Quando saranno indipendenti e mio marito avrà raggiunto la pensione, magari andrò su e giù ma senza interrompere il mio legame con questo Paese. Tengo moltissimo alla mia vita in Italia, a quello che sono riuscita a costruire, ai rapporti con le persone: le mie insegnanti, le amiche italiane e non italiane. Qui sono maturata, la mia vita non è finita quando ho ottenuto una laurea e mi sono sposata. Ho fatto tante esperienze che non potevo prevedere”.
– Non ti sono mai capitati fatti di intolleranza?
“Sono sempre stata trattata bene anche perché ho imparato a rispondere alle rare provocazioni con educazione e con garbo e di solito è un metodo che funziona. Mi sono trovata a disagio solo due volte. La prima, è stata in occasione della morte di Papa Wojtyla. Ero al supermercato quando all’altoparlante hanno chiesto di fare un minuto di silenzio. Mi stavo apprestando a farlo anch’io, quando una signora mi ha chiesto ad alta voce perché mi univo a loro, visto che avevo il velo in testa. Ho risposto che lo facevo per il grande rispetto che avevo per un uomo di religione e di pace come il vostro Papa. E ho avuto l’appoggio di  tutti gli altri clienti che erano in coda alle casse. Un’altra volta, sempre al supermercato, in estate, una signora mi ha contestato il fatto che portassi il velo con il caldo che faceva, intimandomi di toglierlo. Ho risposto che questa domanda mi era stata posta mille volte ma con un tono diverso. Io porto il velo per un obbligo religioso di cui sono profondamente convinta. E al contempo amo la mia persona e mi prendo cura di me. Per me il velo è un simbolo religioso che definisce la mia identità. All’ennesima, maleducata richiesta di toglierlo, ho risposto: signora, lo farò quando lei allungherà un po’ la sua gonna!”.

Nagwa Hussein

Nagwa con Denise Bonapace e Laila Ouassou. Ph. Max Monnecchi

– So che hai partecipato a People, la manifestazione antirazzista che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone lo scorso marzo a Milano. Ti ho anche visto in una gallery fotografica di Repubblica!
“Sono venuta a conoscenza della marcia a Mamme a Scuola. In questi anni le operatrici hanno aperto i  nostri occhi. Ci hanno insegnato che se ci sentiamo bravi cittadini dobbiamo anche dimostrarlo. Io non amo giudicare la gente per categorie. A me basta che siano brave persone e che tutte abbiano la libertà e la possibilità di poterlo dimostrare. È molto importante che una persona rispetti la società che lo ha accolto e che sia rispettata. Sono andata alla manifestazione per dimostrare che siamo esseri umani come tutti. Quando sono arrivata qui la prima volta, anche se non conoscevo bene l’italiano, la gente faceva sforzi per capirmi e voleva sapere di me, di come mi trovavo, dei miei figli. Mi sono sentita accolta. Non mi piace che il clima cambi”.

1 Commento

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    Paola Bortolani
    30 Aprile 2019 at 18:58

    Fa bene, e in questi tempi ancora di più, leggere queste storie. Grazie

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