Storie

Carlo Pittis: da manager a imprenditore sociale

Carlo Pittis

Carlo Pittis è un uomo contento e quando parla della sua nuova attività di imprenditore sociale sorride. Non lo vedo in volto ma lo si avverte dal tono della voce che mi arriva dal cellulare. Mentre mi parla, guardo su Instagram le sue immagini in sella ad Alinker, la walking bike gialla a tre ruote, protagonista della sua nuova attività imprenditoriale e anche della sua nuova vita. Una vita tornata dinamica e autonoma nonostante una disabilità che qualche anno fa lo ha colpito agli arti inferiori, compromettendo la qualità della sua esistenza in una maniera che sembrava definitiva.
Quella di Carlo è una delle storie di resilienza che mi piace raccontare, la testimonianza di come sia possibile non solo resistere alle avversità della vita ma anche superarle, ideando una ripartenza e nuovi percorsi.
Dopo avere conosciuto e testato la walking bike a tre ruote, Carlo è diventato importatore per l’Italia di Alinker ed ora ne sta progettando e seguendo la promozione e il lancio sui social.
Lo intervisto al telefono, sono i giorni della zona rossa causa Covid19 e la nostra conversazione parte inevitabilmente dalle limitazioni a cui siamo tutti sottoposti.
Come stai? È un peccato non potersi muovere come prima…”, rompo il ghiaccio io.
Mica male tutto sommato, lanno scorso come oggi ero chiuso in un ospedale, oggi solo a Milano: è un grosso passo avanti! E almeno riesco a raggiungere i negozi per la spesa”.
Ti vedo su Instagram in coda al supermercato sulla tua bike! Sei un tipo dinamico, vero?
Sì, direi molto ‘fisico’. Appartengo a una famiglia di sportivi, mio fratello Riccardo è stato un famoso cestista, io ho praticato basket a livelli più che discreti fino agli anni dell’università. Dopo la laurea in Bocconi nel 1986 ho avviato una bella carriera nel marketing in grandi aziende, da Unilever, a Ferrero, a Costa Crociere, ultima l’Alitalia, sempre in posizioni di rilievo. Ho lavorato per anni all’estero. Dal 2014 ho avviato con mia moglie Francesca una società di consulenza aziendale. È andata molto bene, come speravamo. Ho sempre lavorato sodo, non ho mai saltato un giorno di scuola né uno di lavoro. Fino a che non si è presentato il ‘problema’ con i primi disturbi”.

Carlo Pittis

Carlo con la moglie Francesca. Ph. Francesca Chelli

– Come si sono manifestati?
“Prima con un formicolio ai piedi e mancanza di equilibrio. All’inizio non ci ho fatto tanto caso, non ne ho mai avuto molto e ho continuato tutto come al solito: lavoro, eventi, viaggi… poi i disturbi si sono intensificati. Nel dicembre del 2014 il primo ricovero per accertamenti. I medici mi diagnosticano una forma di CIDP (Polineuropatia Cronica Infiammatoria Demielinizzante, ndr), una rara malattia neurologica autoimmune, destinata a degenerare anche se forse lentamente. Non è una bella notizia ma poiché non c’è molto da fare, mi sforzo di riprendere la vita di sempre, assumendo del cortisone come mi consigliano gli specialisti. Dopo due anni i disturbi peggiorano, io mi sento sempre più insicuro, soprattutto sul lavoro… cadere davanti a un cliente non è il massimo. Mi sottopongo a nuove visite e questa volta i medici, analizzando l’evoluzione della malattia, ipotizzano una Paraparesi spastica ereditaria, altra malattia degenerativa”.
– E… quindi?
“Quindi niente, succede che non serve più neanche il cortisone! Accetto la diagnosi cercando di tenere insieme la mia vita e il lavoro ma è sempre più difficile. Nel 2017 il ‘problema’ progressivamente peggiora, la mia mobilità, soprattutto quella della gamba sinistra, si riduce: nel 2018 riesco a camminare solo con il bastone, progressivamente non posso più accedere ai mezzi pubblici, la mia autonomia diventa di poche centinaia di metri da casa”.
– Deve essere stato terribile non avendo neanche la certezza di una diagnosi sicura.
“Sì, ero molto preoccupato… Mi sottopongono ad esami genetici, non tanto con la speranza di una guarigione, quanto per capire i rischi per i miei discendenti. Le prospettive sono sempre più cupe. Da febbraio dello scorso anno entro di nuovo in ospedale, questa volta a lungo. Provano a darmi dosi massicce di cortisone per controllare le reazioni, rifanno mille esami, l’apparecchiatura della risonanza magnetica addirittura si guasta per eccesso di dati richiesti! Alla fine viene individuata una macchia microscopica, una fistola che comprime il midollo infiammandolo e genera tutti i problemi motori. Un’eventualità rara, probabilmente causata da un trauma avvenuto chissà quando. Ma finalmente è una diagnosi certa. Vengo operato il giorno seguente, con un intervento di tre ore che mi apre la schiena e che tecnicamente va benissimo. La causa viene eliminata, e questa è la buona notizia, però i problemi restano”.
– Non hai margini di recupero?
“Non si sa se e quando potrò migliorare ulteriormente, la mia è una condizione talmente rara che non esistono statistiche. I nervi, soprattutto quelli della gamba sinistra, sono molto rovinati e il segnale arriva poco. Come nel gioco del Monopoli sono ripartito dal via ma sono in grado di camminare con grande fatica e solo con l’aiuto di un bastone. Dopo la convalescenza in ospedale ho perso 10 chili e tono muscolare, mi sono sottoposto a riabilitazione, in tutto quasi cinque mesi di ospedale. Le articolazioni, già usurate, non sono certo migliorate. La situazione generale è complessa e non è facile trovare una quadra. L’aspetto positivo è che non peggiorerò né morirò a causa di una malattia neurologica”.
– Immagino che questo punto non ti restasse che reagire: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. O no?
“Sì ma non è così facile. Io sono sempre stato una persona dotata di energia e di una presenza fisica che, lo ammetto, mi dava sicurezza e che era certamente funzionale al tipo di professione che avevo scelto e che svolgevo senza risparmiarmi. Questa sicurezza, soprattutto psicologicamente, è stata molto compromessa”.
– Cosa significa?
“Che non ti senti più quella persona lì e non lo sei più per la gente che adesso ti guarda con occhi diversi. Un cambio di prospettiva profondo e doloroso che mi ha messo a dura prova”.

Carlo Pittis

Selma Blair testimonial Alinker

– Quando sono cambiate le cose?
“Direi per un intervento del caso. A Francesca era capitato di leggere su un magazine che Selma Blair, un’attrice americana colpita da una forma grave di sclerosi multipla, aveva scoperto la Alinker e, trovandola molto utile a migliorare la qualità della sua vita, ne è diventata appassionata testimonial. Uscito dall’ospedale ho voluto saperne di più ed ho capito che poteva fare al caso mio. Alinker è una walking bike in vendita dal 2016 in Nord America su progetto di Barbara Alink, una designer olandese. È ideata per tutti coloro che come me hanno difficoltà di mobilità ma che non vogliono rinunciare alla loro indipendenza, continuando a vivere una vita attiva. Mi sono messo in contatto con l’azienda che ha base in Canada ed ho trovato delle persone fantastiche, molto genuine, gente che lavora con una visione che non è quella del mero profitto. Sono andato a Zurigo a prendere la walking bike dal distributore svizzero e ne sono rimasto entusiasta, al punto da chiedere di potere aprire una sede distributiva di Alinker in Italia. A novembre dello scorso anno, con un socio che è anche un caro amico e che ha esperienze manageriali complementari alle mie, ho avviato un’azienda ad hoc, la Movimento srl, una società benefit il cui lucro deve essere bilanciato dagli obiettivi di impatto sociale positivo”.
Tornando al profilo Instagram di Alinker, la comunicazione è molto fresca. Bello quando ti fai vedere vicino al tipo con il monopattino durante la Fashion Week!
“Sì, la walking bike è un oggetto “figo”, agile, dinamico nel quale si ha una funzione attiva. Si spinge puntando sui piedi e questo permette di fare anche attività fisica, un risultato fantastico per chi è in una condizione come la mia. Rispetto alla sedia a rotelle rimani in posizione eretta e guardi le persone in faccia. Questo è un aspetto psicologico molto importante. Quando mi vede in sella alla bike, la gente sorride, si incuriosisce e mi domanda di cosa si tratta. Non viene recepita come un mezzo per una persona con difficoltà motorie e questo rappresenta un importantissimo cambio di prospettiva per chi la utilizza”.
Quanto pesa?
“Dodici chili, è solida e costruita in alluminio. Le tre ruote la rendono molto stabile, anche sui marciapiedi milanesi. Poi è maneggevole, si piega in un attimo e la si ripone facilmente anche in macchina. Le ruote si smontano con un dito, così come il sellino e il manubrio”.
– A chi può essere utile?
“A tantissime persone: da chi soffre di disabilità motoria analoga  alla mia, a persone con arti amputati fino agli anziani che vogliono potersi muovere in sicurezza. Con questa bike chiunque può portare i bambini ai giardini, andare a spasso con il cane o fare la spesa: condurre una vita attiva”.
– Se qualcuno volesse saperne di più?
“Ci contatta attraverso Instagram o Facebook e dopo avere ascoltato le sue esigenze io mi attiverò per fare provare la Alinker. Le bike hanno varie misure e ora si stanno progettando modelli per bambini”.
– Quanto costa?
“1790 euro più Iva, un prezzo che riusciamo a mantenere contenuto avendo eliminato intermediari e canali distributivi e perchè siamo una società benefit e non miriamo ad arricchirci”.
– Qual è il vostro obiettivo, allora?
“Quello di mettere la Alinker a disposizione del massimo numero di persone, ricavandone un guadagno che sappiamo limitato e cercando magari di non fallire (ride)”.

Carlo Pittis
– Da manager di multinazionali sei diventato imprenditore sociale: come lo vivi?
“Non avrei mai detto nella mia vita precedente che lo sarei diventato. Non dico che fossi una persona egoista, però onestamente ero molto concentrato sui miei obiettivi per guardarmi troppo intorno. Le persone che compongono il team di Alinker sono diverse da me, o almeno da quello che ero fino a pochi anni fa. È un’esperienza forte, che affronto come la possibilità di applicare le mie competenze su bisogni che adesso conosco molto bene. Conto di avere non solo la testa ma anche la sensibilità per promuovere in Italia un oggetto che sarà d’aiuto a tante persone. Utilizzeremo anche strumenti finanziari per aiutare chi non se la può permettere come il crowdfunding attivato attraverso la condivisione della propria storia sulla piattaforma internazionale di Alinker. Vorremmo organizzare vari eventi, anche di charity, coinvolgendo qualche grande istituzione”.
Beh ti aspetta un bel po’ di lavoro.
“Sì, ne sono consapevole ma per me è anche qualcosa di più che vendere un prodotto: questa volta posso cambiare delle vite. Raccontare la mia contribuisce a migliorare le cose e questo sì, mi rende orgoglioso”. 

Per saperne di più: sito Thealinker.com, pagina Facebook,  pagina Instagram.

2 Commenti

  • Reply
    Paola Bortolani
    1 Aprile 2020 at 23:29

    Che straordinaria persona positiva!

    • Reply
      Paola
      1 Aprile 2020 at 23:34

      Grazie Paola, davvero speciale.

    Rispondi

    %d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: