Milano Storie

Sera d’estate al carcere di Bollate

Carcere_bollate_SanVittore

Questo è un post che non ha immagini, perché in carcere non è permesso scattare foto. Ma la serata che ho trascorso alla Casa di Reclusione di Bollate e che vi voglio raccontare è una sequenza di istantanee, in bianco e a a colori, che a distanza di qualche giorno, sono ancora nel mio cuore e nella mia mente. L’occasione per quest’esperienza mi è stata offerta dalla Sartoria San Vittore, il marchio di moda che fa capo ai laboratori sartoriali negli istituti carcerari milanesi di San Vittore e Bollate. Una realtà che seguo con molto interesse, perché coniuga il gusto per il bello con l’impegno nel sociale, coinvolgendo nel progetto di dare uno sbocco lavorativo alle detenute, il talento, la sensibilità, la capacità di donne speciali: dalla stilista Rosita Onofri, alla responsabile della Cooperativa Alice Luisa della Morte e alle sue collaboratrici, alle volontarie che a vario titolo sono coinvolte nelle attività della Sartoria.
Conoscevo le collezioni e il punto vendita di via Gaudenzio Ferrari, ma non avevo mai visto le donne detenute che realizzano gli abiti. Questa visita al carcere di Bollate è stata un’esperienza importante, che mi ha aperto gli occhi portandomi alla periferia di Milano, letteralmente a un passo da Expo, le cui strutture sono visibili dal parcheggio prospiciente la casa di reclusione.
L’accoglienza al carcere è a cura degli agenti della Polizia Penitenziaria, uomini e donne giovani, che applicano il protocollo di controllo – la consegna al deposito dei documenti personali e il ritiro dei cellulari – con cortesia e gentilezza. La volontaria che ci accompagna attraverso le varie aree  della struttura e fino al cortile dove è allestita la sfilata, è una signora piena di energia, che si muove sicura tra corridoio e uffici e viene accolta ovunque con sorrisi e strette di mano. Gli agenti sono distinguibili dalle divise azzurre, ma gli altri sono operatori e detenuti. Ci viene spiegato che la vocazione di questo istituto di pena è “trattamentale”, ha cioè l’obiettivo di riportare i carcerati attraverso attività di studio e di lavoro, a un inserimento nella società. Il regime di custodia cui sono sottoposti i circa mille detenuti di Bollate (tra i quali un centinaio donne) è quindi più attenuato rispetto ad altri istituti di pena e prevede per molti di loro lavori e attività che li portano quotidianamente fuori dal carcere dove rientrano la sera. I percorsi sono comunque rigidi e controllati – ci spiega la volontaria – e il mancato rispetto delle indicazioni, fosse anche solo il passaggio su un marciapiede non concordato, può costare al detenuto sei mesi di reclusione aggiuntiva.
Un’informazione che ci riporta alla realtà perché altrimenti, se non sapessimo di essere in una casa di pena, ci sembrerebbe di trovarci in un istituto scolastico, grazie agli spazi ampi e luminosi, ai murales colorati, alle insegne allegre degli uffici. Passiamo davanti alla sede della tipografia e della redazione del giornale interno. Il nome della testata è azzeccatissimo: “Carte Bollate”!
La pulizia è impeccabile. “Non è così solo in occasione della vostra visita o di quella del Ministro degli Interni di qualche giorno fa – spiega ancora la nostra accompagnatrice -. Questo decoro è di routine. Le pulizie sono affidate al lavoro regolarmente retribuito di alcuni detenuti, chiamati ‘scopini’ nel gergo del carcere”.
Quando raggungiamo finalmente lo spazio adibito alla sfilata, troviamo un palco equipaggiato da una passerella, dietro alla quale si intravvedono le modelle che provano gl ultimi passi, una piattaforma per gli strumenti musicali, un banchetto con le t-shirt della collezione “Gatti galeotti” vigilato da una vivace ragazza dai capelli lunghi, che si dichiara dotata del tocco magico delle zingare.
Mentre le volontarie si danno da fare per i preparativi definitivi, prendiamo posto sulle sedie in plastica distribuite intorno ai due stage. A poco a poco nel cortile entrano i detenuti autorizzati: gli altri, a decine, ci osservano silenziosi aggrappati alle finestre inferriate ai piani più altri. Le ragazze fanno gruppetto vicino al palco, gli uomini aspettano che si accomodino gli ospiti prima di trovare il loro posto. “Prima i civili”, sento dire da uno alle mie spalle: ci chiamano così. Gli agenti sono una presenza attenta ma discreta, ci sono tanti scambi di saluto e di abbracci tra i volontari e i detenuti. Che sono tanti, di tutte le età: sono italiani, ma anche molti stranieri che parlano idiomi incomprensibili. Sono dentro per reati diversi, anche pesanti. Molti sono giovani, con i volti sbarbati e le sopracciglia depilate, qualcuno dei più grandi porta invece sul viso la conseguenza di brutte dipendenze. Ma hanno tutti un aspetto curato, le t-shirt e le camicie ben stirate, le immancabili sneakers ai piedi. Come noi, come noi civili.
Il ghiaccio è rotto dalle note della band e dal presentatore che invita ad applausi di incoraggiamento. Il gruppo sembra bene amalgamato. Al microfono c’è un ragazzo sudamericano: i testi delle canzoni sono romantici, il ritmo vagamente rock, inneggiano all’amore e alla speranza di libertà. Appena comincia  a fare un po’ più buio, sulle note di Beethoven, ha inizio la sfilata. Le ragazze escono vestite con gli abiti della collezione, avvolte dai vapori della macchina del fumo. Si parte alla grande ma, mentre è il turno di una modella altissima con una gran massa di capelli elegantemente raccolti, la musica s’inceppa. La ragazza si rifugia imbarazzata dietro le quinte. Ma l’atmosfera è leggera: questione di un minuto e la musica ricomincia, la sfilata riprende tra nuovi applausi di incoraggiamento.
A piedi nudi, le giovani donne avanzano timide e spavalde insieme, bloccandosi alla fine della passerella per lo scatto fotografico di rito. Sono giovani e carine, qualcuna è molto bella e indossa l’abito lungo che le è stato assegnato con portamento regale, altre improvvisano passi di danza. Inevitabile, per noi “civili”, chiedersi come siano capitate lì, cosa le abbia portate dal loro paese di provenienza a questa prigione alla periferia di Milano, dove le donne sono meno del dieci per cento della popolazione carceraria. Ma sono domande che ognuno di noi tiene per sé. Questa è un momento di pace e di condivisione. Il cielo d’estate, di un blu cobalto pazzesco, sta sulle teste di tutti, civili e no. La sfilata si chiude con la passerella collettiva finale, prima dell’ultima sequenza di canzoni. Ci si congeda dalle donne e dagli uomini detenuti con un applauso che sostituisce i saluti. Noi civili riprendiamo il percorso tra i corridoi, i murales, le insegne. Ritiriamo i nostri documenti, salutiamo gli agenti, ci lasciamo il carcere e la sua umanità alle spalle
Nel momento in cui raggiungiamo la nostra macchina al parcheggio, l’Albero della Vita di Expo, al di là della rete, si accende di luci e inizia a eruttare i suoi fuochi d’artificio. Sì, la vita è davvero strana.

Gli abiti della SARTORIA SAN VITTORE sono in vendita in Via Gaudenzio Ferrari 3, a Milano. Tel. 02 48002144
info@sartoriasanvittore.com
www.sartoriasanvittore.com

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  • Reply
    sidilbradipo1
    29 Giugno 2015 at 8:24

    I tuoi meravigliosi pants lampone <3
    Sabato già previsto girello 😀
    Ciao
    Sid

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